Avete anziani saggi in famiglia? Genitori consapevoli? Se li avete, ringraziate il cielo e teneteli da conto, perché sono rari. Quei pochi che ci sono di solito sono legati in qualche modo alla terra, che li ha contaminati anche solo per la vicinanza. Sì vi sto facendo un discorso fastidioso, che non fa piacere sentire un giovedì mattina qualsiasi, e che non vi aspettate di trovare come incipit della ricetta di una torta (dopo però vi addolcisco, prometto).
torta di carote e cocco
È importante prendere coscienza, solo facendolo possiamo rimboccarci le maniche e fare qualcosa, qualsiasi cosa, ma fare. Basta col basso profilo degli ultimi cinquant’anni, non ha funzionato e soprattutto non funziona adesso. La verità è che ci siamo ritrovati in una situazione mai vissuta nella storia, nella quale quasi tutti i nostri anziani hanno perso la saggezza che una volta li distingueva e che gli assicurava il rispetto delle generazioni più giovani.

I nostri anziani mangiano cibi pronti, scatolette e animali violentati, se ne fregano della provenienza del loro cibo, spargono pesticidi sulla terra, sulla terra che è di tutti; qui a Formello gli anziani — quelle che dovrebbero essere le figure alle quali ispirarsi e dalle quali imparare — gettano nei caminetti truciolati, polistirolo e in generale tutto quello che gli capita sottomano, e dappertutto, soprattutto in città, ma anche qui in campagna, utilizzano plastiche in tutte le loro coniugazioni, nei cosmetici, come contenitori per i cibi, nei vestiti, per i mobili, sulle pareti dei loro appartamenti. Che razza di anziani sono questi?

Io amo mia madre, ho amato profondamente mio padre, ma dal punto di vista ecologico, etico, consapevole, sono stati e sono un disastro; bombe che camminano. Ci hanno consegnato un mondo sull’orlo del disastro ambientale, non sono neanche certa che siamo ancora in tempo a tornare indietro, a riparare le ferite. Ecco. Solo questo volevo dire. Di prenderne coscienza, capirli, perdonarli, perché non hanno avuto colpa, sono stati raggirati dalle chiacchiere delle industrie, dai blablabla della politica (e pure là, quanti trentenni vedete?). Ma dopo averli perdonati, di agire di conseguenza, e riprendere in mano la propria vita senza farsi influenzare dalle loro obiezioni: “i bambini non si allattano oltre i sei mesi, l’omeopatia è acqua zuccherata, la medicina alternativa è fuffa, e poi una viennetta una volta ogni tanto non fa male a nessuno, la televisione la tengo accesa tutto il giorno anche quando mangio perché mi fa compagnia, le malattie ci cadono addosso casualmente e non possiamo fare nulla per difenderci, aver paura di tutto è cosa buona e giusta e affidiamoci a chi ne sa più di noi”. Basta. Basta. Basta.
Passo alla torta, giuro. Non vi inquietate. Volevo solo darvi uno stimolo ulteriore, se vi servisse, a portare avanti la rivoluzione che stiamo facendo tutti, dal basso, e che comincia dal pane che vi fate in casa e dalle etichette che vi leggete al supermercato, ché già quella è una battaglia, con quei caratteri microscopici che neanche una lince appena uscita dalla fabbrica.
Questa bellezza l’avevo vista in uno dei più bei gruppi su facebook che abbia mai frequentato, fertile come mai, pieno di gente bella e sveglia, una vera ventata di conoscenze e serenità. Si chiama Great Country House, come il blog (dal quale è tratta?) sul quale oggi ho ritrovato la ricetta, dopo una ricerca su google.
La prima volta che la feci fu un disastro talmente grosso che andò a finire nel secchio. E voi conoscete lo stato d’animo che ti prende quando sei costretto a gettare cibo buonissimo (in partenza). Tipo che per due giorni non mi si poteva rivolgere la parola. L’errore fu la farina di cocco. Anzi, proprio l’espressione “farina di cocco” che usai quando chiesi allo zac di acquistarla per me al supermercato. Lui mi tornò, bel bello, con una scatola stranissima, questa che vedete sotto. Quando la aprii rimasi un po’ interdetta di trovarci dentro, invece delle solite bellissime scagliette profumate che tutti conoscete, una vera e propria farina, anche abbastanza inodore, in verità.
farina di cocco
Però mi dissi, mah, sempre cocco è, e la usai al posto delle scagliette. Non vi dico. in due secondi aveva assorbito qualsiasi traccia di liquido, sembrava di lavorare la sabbia, quella del mare :-D Dovetti aggiungere altri liquidi e non mi capacitavo dell’aspetto orrendo dell’impasto. Decisi di darle una possibilità e la infornai lo stesso, sciorinando mentalmente tutte le parolacce in dialetto napoletano che mi ricordavo, ma come vi ho detto, fu tutto inutile, la torta era assolutamente immangiabile (e io mangio praticamente qualsiasi cosa, purché consapevole!). Da allora, la scatola è stata etichettata come “farina di cocco ammappazzante”. È segregata in dispensa da mesi, e se avete suggerimenti su come usarla ve ne sarò molto grata.
eat different - cucina mancina
Conoscendo il gruppo di cui sopra, ero sicura che la ricetta fosse ottima comunque. Così la riprovai con le scagliette di cocco (mai più nella mia vita farò l’errore di chiamarla “farina”) e venne così buona che quando Lorenza e Flavia di Cucina mancina mi chiesero di collaborare al loro bellissimo libro “mancino” (cioè di cucina alternativa a quella convenzionale) con una paio di mie ricette inedite, decisi di regalarla a loro. Per questo non ho potuto pubblicarla finora, ma sappiate che risale alla scorsa primavera, e probabilmente adesso utilizzerei meno zucchero o forse proprio un tipo diverso di zucchero; per il resto è una torta strabuona e ottima per chi non può permettersi di avvicinarsi al glutine (sempre per la solita storia di cieche avventatezze di cui vi ho sproloquiato sopra). Provatela, e se vi capita sott’occhio in libreria, date una possibilità a questo bel libretto delle mancine; merita veramente, e oltre a me hanno contribuito un sacco di persone carine e innovative; e sappiate che le pugliesi mancine hanno appena prodotto un altro libro, e questo non è l’unico progetto interessante sul quale stanno lavorando (come potete arguire dal loro sito) :-)
eat different tour
A questo proposito per i Romani (e per chi vuole fare una gita a Roma… di lunedì! :-D) anticipo che l’ultimo giorno di questo mese le mancine presenteranno il libro al Treebar (nell’ambito del tour di presentazione del libro che trovate qui su facebook). Il Treebar è un locale molto carino e particolare che si trova a Roma nord, sulla Flaminia, e che sta virando sempre di più verso il bio, e l’evento è stato organizzato dai miei mitici amici di Fuddenuain, quindi sarà bellissimo. Ci sarò anch’io e lo staff cucinerà giustappunto questa torta che vedete, i tortini salati di pasta madre che non avete ancora visto (la seconda ricetta che ho scritto per loro) e altre cose buone. Io vi aspetto lì dalle 18.30 in poi per un aperitivo di inizio settimana. Intanto beccatevi la locandina (qui sopra), e non andate in giro a dire che non vi offro la possibilità di migliorare il lunedì :-)

Ingredienti:
300 grammi di carote
150 grammi di cocco in scaglie
150 grammi di mandorle
150 grammi di zucchero grezzo chiaro
1 presa di sale marino integrale
1 presa di polvere di vaniglia
1 presa di polvere di cannella
3 uova felici
1 bustina di polvere lievitante

Imburrate e infarinate una teglia (non antiaderente) del diametro di 20 centimetri e preriscaldate il forno a 200°C, in modalità statica.
Se le vostre mandorle hanno la pellicina, fatele bollire per un minuto in un pentolino d’acqua. Scolatele, e appena saranno tiepide premetele tra indice e pollice (come si faceva per i lupini, per chi se li ricorda!); la mandorla sguscerà fuori nuda e cruda (attenzione a puntarle verso il basso altrimenti dovrete recuperarle in giro per la cucina!). Finita questa operazione, mettetele nel tritatutto e frullatele più possibile, facendo attenzione a non scaldarle troppo, altrimenti si trasformeranno in una crema (potete frullarle con un po’ di zucchero per evitare questo problema).
Lavate e grattate via la buccia alle carote, tagliate via testa e coda, tagliatele a pezzi e frullate pure queste (oppure grattugiatele molto molto finemente).
Mettete le carote e le mandorle frullate in una ciotola grande, aggiungete le scagliette di cocco, lo zucchero, il sale, la vaniglia, la cannella e la polvere lievitante e mescolate tutto per bene. Aggiungete le uova (possibilmente a temperatura ambiente) frullandole prima brevemente. È tutto. Non dovete fare altro che versare il composto nella teglia, livellarlo un po’ con una spatola o un leccapentola e infornarlo per una quarantina di minuti.
Questa torta è molto più buona da fredda, ed entro un paio di giorni da quando è stata cotta. È ottima servita su una salsa di cioccolata versata a specchio sul piatto, oppure con una bella cucchiaiata di panna acida.