Da bambina quando mi annoiavo guardavo le persone. Sceglievo un paio di persone nella folla (a Napoli c’era sempre una folla da qualche parte) e ascoltavo le loro conversazioni. La piccola stalker in erba. Anzi mi arrabbiavo pure quando non riuscivo a sentire bene, e quando perdevo il sèguito. Avrei voluto essere invisibile e vedere cosa succedeva dopo.

budino di latte facilissimo

È che la gente mi piaceva e trovavo tutti interessanti e strani e mi piaceva tantissimo guardarli dall’esterno. Anche verso i trent’anni — e qua mi sa che mi vengono a prendere con l’ambulanza del manicomio — abitavo a San Giovanni, un quartiere di Roma molto popoloso, in una casa di tipo otto piani, di quelle antiche e pseudo-signorili, ma senza lo straccio di un balcone, con le finestre tutte a nord.

Sopra c’era un terrazzo decisamente decadente, molto grande, ci andavo a stendere i panni (ve l’ho detto che adoro stendere i panni? Vorrei farlo di lavoro, stenditrice e ritiratrice di panni, purché in tessuti naturali, c’è qualcuno che ha bisogno?), a provare i passi di danza (era il mio periodo hip hop), a scattare fotografie improbabili (alcune le ho usate per un’installazione virtuale sul mio sito “artistico”, qui), e a… osservare la gente di nascosto, la sera, prima del tramonto, mentre apparecchiava per la cena.

Il terrazzo era enorme e assolutamente deserto, e a quell’ora c’era una calma irreale lassù. Era come se tutta l’energia del giorno scemasse piano piano; tutto veniva avvolto in una luce morbida e rallentata, e la gente. La gente faceva le cose, chiacchierava, alcuni cominciavano ad accendere la luce, e a me sembrava di non esistere come individuo, di far parte di quelle persone, di tutte; ero permeata da quell’energia serena, la sentivo come si sente il calore o un profumo, era una sensazione totalizzante e non sono sicura di saperla spiegare.

Non ve lo sto raccontando per farmi arrestare, voglio solo parlarvi di una parte della mia evoluzione, saltando a piè pari la mia riservatezza, perché credo sia importante per la salute di chiunque, come lo sta diventando per la mia. Arrivo al punto, eh. Negli ultimi due anni, anche per colpa di alcune persone che ho incontrato e che mi hanno regalato libri e parole (grazie Francesca e Armando), mi sono resa conto di alcuni atteggiamenti che frenavano la mia evoluzione e li ho rivisti, e sto cercando piano piano di cambiarli, con un certo sforzo.

Mi sto allenando a non contrappormi agli altri, a non provare *mai* sentimenti di rabbia, di disprezzo, e anche di antipatia (difficilissimo!!), a non avere pensieri negativi o ansie, perché ho capito che qualsiasi cosa io provi si materializza, letteralmente, nella mia vita. È come se la vita quando provi gioia capisse che vuoi altra gioia (e te la porta, giuro), quando provi angoscia capisce che vuoi altra angoscia, e così con tutto.

Ecco. Volevo solo dirvi di essere felici, qualsiasi cosa accada. Perché potete mangiare bene quanto volete, stare attenti a tutto, ma se non siete felici probabilmente vi ammalerete lo stesso. La consapevolezza alimentare è sicuramente una strada per la felicità, come lo è qualsiasi tipo di consapevolezza, però quella alimentare è anche a mio parere la più piena di soddisfazioni, e anche di piacere, perché, diciamocelo, quando si cucina si cucina soprattutto per gli altri, si cucina per amore.

Cucinare è un atto empatico, non cucini bene se ti contrapponi. E questo è anche il motivo per cui non sopporto concorsi e contest, e non amo le partite, di calcio e simili, perché non riesco a capire il concetto di vincere, e quando è successo a me di vincere qualcosa di solito ero mortificata perché mi dispiaceva per l’altro, e anche se sentivo dentro di me una specie di orgoglio cattivo che si esaltava per aver primeggiato, ne ero più infastidita che altro, ma questo è un altro discorso e come al solito sto uscendo dai binari.

Rientro in pista saltando su questo budino che in quanto a serenità e amore ne ha a bizzeffe, che ho trovato su un blog molto carino che si chiama “le pupille gustative”. Chiara l’ha fatto con il caramello, io ne ho fatti alcuni con del cioccolato fondente sciolto con un cucchiaio di latte e altri senza nulla, che mi sono piaciuti ancora di più.

Ho diminuito un po’ lo zucchero, per il resto ho fatto tutto identico; non so se funzioni anche con latte di mandorla o di riso, se provate fatemelo sapere. Io questo giro ho usato il mio solito latte tedesco che sapete; ne beviamo veramente poco, un paio di litri a settimana uno dei quali viene quasi sempre trasformato in yogurt, quindi ritengo che ce lo possiamo ancora permettere, fino a nuove informazioni.

Rispetto al budino alla vaniglia che vi feci vedere tre anni fa (tre anni faaaa??!! ma stiamo scherzando?!) è ancora più facile e genuino, visto che in questo caso dalla lista degli ingredienti abbiamo depennato pure l’amido di mais, che in effetti poco mi piace, primo perché ormai trovare mais non ogm è abbastanza difficile, secondo perché l’amido comunque è un prodotto molto raffinato e quindi se possiamo toglierlo ben venga.

L’altra differenza è che è cotto a bagnomaria nel forno, e devo dire che anche questo fa per quanto riguarda la calma, perchè vuoi mettere lasciare tutto in forno e aspettare di sentire il “din!” del timer? Tutta un’altra vita. Beh, io ve lo lascio qui In doppia dose rispetto all’originale, scommettiamo che mi ringrazierete?), voi decidete quale via piace di più. per adesso questo per me è il budino (o latte cotto, che dir si voglia) definitivo :-)

Ingredienti:
1 litro di latte intero fresco
130 grammi di zucchero
2 uova intere
4 tuorli d’uovo
un baccello di vaniglia
un pizzico di sale marino integrale

Scaldate il latte a fuoco medio-basso insieme al baccello di vaniglia aperto a metà e tagliato nel senso della lunghezza (magari raschiate anche i semini); quando sta per formarsi la pellicina spegnete, coprite e lasciate riposare una ventina di minuti.

Preriscaldate il forno a 130°C in modalità statica, versate un po’ d’acqua in una teglia grande e posizionateci dentro delle cocotte (l’altezza dell’acqua dipende dall’altezza delle cocotte che sceglierete per i budini, io ne ho messa tre dita circa).

In una terrina di vetro sbattete le uova con lo zucchero aiutandovi con una frusta, poi versate il latte a filo piano piano e mescolate per bene. Se volete aggiungere qualcosa, tipo caramello, frutta cotta o cruda, cioccolata o simili versateli sul fondo delle cocotte prima della crema, rimarranno un po’ sul fondo, un po’ si distribuiranno nel budino.

A questo punto non vi resta che versare la crema nelle cocotte e infornare teglia acquosa e cocotte per un paio d’ore, facendo attenzione che l’acqua nella teglia non arrivi mai a ebollizione. Trascorso questo tempo, tirate le cocotte fuori dal forno e dalla teglia, aspettate che si raffreddino, poi copritele con la pellicola senza pvc e (in un mondo perfetto) lasciatele in frigo almeno per 4 ore prima di mangiarle. Nel mio mondo se zac non me lo avesse impedito le avrei fatte fuori appena uscite dal forno, bollenti e tutto.