Ci sedemmo dalla parte dell’orto

Di |2018-11-08T18:50:36+00:00lunedì, 5 ottobre 2015|pastonudità|0 Commenti

…visto che tutti gli altri posti erano insensati.
Ogni singolo giorno benedico il momento che ho scelto di fare ciò che il mio stomaco sentiva giusto (grazie Bruno, amico mio) invece di seguire la strada semplice e comoda, che però, grazie al cielo, mi ha sempre fatto orrore. Ho avuto la fortuna di vedere l’abisso, alla fine di quel sentiero, fin da quando ero un infante.
Le Spinose orto biodynamico
Sapevo che se l’avessi percorso mi sarei guardata indietro a settant’anni (sempre se ci arrivo) e sarei annegata nell’angoscia di quello che la mia esistenza avrebbe potuto essere e non era stata, e insomma di essere scivolata sulla vita lasciando tutto com’era, compresa me. E invece mi sono sempre chiesta perché sono qui, e in tanti anni solo una risposta mi ha convinta: per evolvere. E ho capito presto che l’unico modo di evolvere era amare incondizionatamente, bypassando la testa, che ti mette sempre davanti la paura; così chiudo gli occhi e parto, accada quel che deve accadere.
È pure vero che sono sempre stata un’incosciente per scelta. So che se mi metto lì a riflettere sui pro e i contro mi impantàno, per cui preferisco buttarmi, e risolvere i problemi man mano che si presentano. Questo atteggiamento sicuramente complica la vita a me e a chi mi sta vicino, ma alla fine le cose facili le ho sempre trovate noiose. O no? Zac dice che ci si nasce, c’è poco da fare. E fa una faccia sulla quale preferisco non indagare, ma sono sicura che più o meno ve la immaginate :-D

Il pasto nudo con tutto il suo carrozzone di mercatini, negozio on line, soci, autori e così via riflette perfettamente questa energia rutilante, e spesso mi sembra di vivere in un circo. Forse è un po’ questo che mi porta sempre di più verso la terra, non tanto come coltivatrice diretta, ma molto vicina a chi lo è, ai posti dove la rivoluzione, quella vera, sta avvenendo, sotto i miei occhi, tra le pecore, gli orti, i prodotti della terra e le lavorazioni che ne derivano; quelle belle, sane, giuste, senza compromessi.

Sabato scorso ho sentito al telefono Eleonora, la proprietaria di una splendida azienda agricola che a breve sarà su Ammuìna, per accordarci sui prodotti da fotografare e la scheda da compilare per mettere a punto il suo negozio.
Avrebbe dovuto essere una telefonata di cinque minuti, e invece abbiamo finito per spendere quasi un’ora del suo preziosissimo tempo a parlare di quanto fosse felice di aver scelto la vita e il lavoro che sta facendo, trasferendosi da Roma alla campagna di Orvieto, nonostante i cinghiali che rovinano il raccolto, le cornacchie che razziano tutto ciò che trovano, il tetto della stalla che crolla, le difficoltà economiche, le mille cose da fare ogni giorno che ti tolgono il fiato, e che però ti riempiono il cuore di orgoglio e soddisfazione, e ti fanno sentire parte della transizione che stiamo vivendo, dal capitalismo al nuovo paradigma economico che Jeremy Rifkin chiama Collaborative Commons (possiamo tradurlo con “economia collaborativa”?); un nuovo modo di essere sociali e di interagire che è nato nella rete e si concretizza ogni giorno di più nella realtà tangibile di ognuno di noi.
Resilienza, collaborazione, basso impatto energetico, accesso libero, orizzontalità.
Nel nuovo libro su cui sto lavorando sto cercando di guardare tutto questo dalla prospettiva del cibo, e tento di capire in che modo decidere di alimentarsi in modo consapevole, e di conseguenza riavvicinarsi alla terra e alla ruralità, possa essere il primo passo, il più atavico, verso questo nuovo modo di essere.
Nell’articolo che vi ho linkato poco sopra Simone Cicero nell’aprile del 2014 raccontava: “Pochi giorni fa, in una intervista che ho avuto la possibilità di fargli, Tomas Diez, Manager del Fablab di Barcellona e cuore pulsante di progetti come il FAB10 o Smart Citizen, ha sostenuto che in pochi anni Barcellona, la nuova FAB City, ritornerà a essere una città produttiva, riportando la produzione all’interno della città, ridandola in mano ai cittadini, promuovendo una innovazione locale collegata ad una rete globale, di ri-industrializzazione delle città e che in questa prospettiva la città produrrà valore in ogni singolo aspetto della vita delle persone.”
Insomma, signori, anche se non tutti ne abbiamo la percezione, immersi come siamo nel sistema che ci incastra in una vita che non abbiamo avuto la possibilità o la forza di sceglierci, ebbene ci stiamo muovendo, in massa, più velocemente ed esponenzialmente di quanto sembri. E il cambiamento passa indubbiamente dalla terra, che ci insegna in quel modo in cui insegnano i bambini, con la semplicità dell’ovvio, empiricamente, sfacciatamente, innocentemente.
Se non l’avete ancora fatto, avvicinatevi a qualcuno che si sta prendendo cura della terra (non delle piante, della terra – ricordate le parole di Alex Podolinski?). Se abitate in città, frequentate i mercati di piccoli produttori (non quelli che vanno a comprare le merci ai mercati generali e le rivendono, quelli che vendono ciò che essi stessi hanno cresciuto e raccolto). Magicamente tutto vi sembrerà molto più chiaro, vedrete le vostre ansie e le paure sotto una luce completamente diversa, arriverete a riderne, a chiedervi, increduli, come avete fatto a credere a così tante cose false.
È la terra la pillola rossa di cui vi parlavo vari anni fa, lo specchio attraverso il quale si entra nella realtà reale, che anche se all’inizio ha una luce un po’ abbagliante e ferisce gli occhi, è cento volte meglio di questo brodo nel quale siamo stati cresciuti senza accorgercene. Sediamoci nell’orto e osserviamo cosa accade; ne vedremo delle belle.

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  1. Antonella 5 Ottobre 2015 alle 13:11

    cara Sonia, mi sembra di rileggermi nelle tue righe….. anch’io in pochi anni un terremoto nella mia vita. la smania di capire, sapere invece l’ho avuta da sempre. Ma la cosa bella è stata accorgersi di non essere soli in questo cambiamento.
    chissà cosa saremo domani!

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